La nascita di Vanja

di Chiara Zarcone

Vanja

È sera; siamo tutti in compagnia a casa; fuori finalmente un temporale estivo ha rinfrescato l’aria di questo torrido agosto e dalle finestre entra la brezza del mare che si intravede dalla terrazza tra i rami degli alberi.
Vado in bagno e vedo che c’è del muco striato di sangue nelle mutande, “Ho perso il tappo” penso, mi sento percorrere dall’emozione. “Il viaggio è sempre più vicino, si fa reale; il momento del parto sta arrivando“. Mi sento pienamente nel presente, consapevole che sta per iniziare qualcosa che ancora non conosco. Esco e lo comunico a Malcom e agli altri che sono in casa. Siamo tutti tranquilli. Telefono all’ostetrica per avvisarla e mi raccomanda di riposare e mangiare bene per raccogliere le forze: mi serviranno per affrontare il momento, quando sarà.

La notte passa e io scrivo sul mio diario ogni sensazione:

Stanotte il corpo ha dato i primi segnali che il viaggio sta per iniziare. Col primo quarto di luna l’utero si è mosso e le acque hanno cominciato a uscire dal mio corpo. Tu ti sei mosso, in cerca di una posizione, chissà…
Ho sentito i primi dolorini e mi sono lasciata abbracciare dalle lenzuola fresche, dalle braccia di tuo padre, dall’oscurità della notte.
Sento la notte come complice e alleata, in lei il corpo si lascia andare e si smuove, le sue tenebre ci avvolgono e danno il via a nuovi inizi, mentre col giorno tutto si ferma, rallenta, torna più razionale. L’ho sentito subito, appena ho visto le prime luci dell’alba, che con loro tutto si sarebbe placato. Non so quando potrebbe ripartire, stanotte o fra molte notti ancora? Mi sento che è vicino, che sei vicino e che a me non sta niente, è tutto nelle tue decisioni. Il mio corpo seguirà ciò che tu comanderai e si adatterà alle tue richieste. L’attesa si fa più vera e anche l’abbandono, l’accettazione. Ti aspetto.

Di giorno, solitaria, sto sulle mie, non ho voglia di parlare molto, esco a prender aria in giardino, guardo l’orto, ascolto in silenzio il mio corpo. Lo sento in movimento e il ventre lavora, mentre le ore passano tranquille. Le altre della casa, ricche del loro istinto di donne e madri, sanno che sta per arrivare il momento e iniziano a sistemare, pulire le ultime stanze, preparare il cibo.
Arriva la sera e mangiamo assieme in cucina. Tutti gli uomini sono fuori, tranne Malcom. C’è eccitazione. Qualche onda si fa sentire più forte e mi richiama alla terra. Mi fermo e respiro.
Andiamo a letto presto e Malcom mi rassicura con parole dolci: “Non ti devi preoccupare per il parto: è scritto nel tuo DNA come si fa, è come se tu ti preoccupassi di come crescono le unghie!
Lo so anch’io, non sono affatto preoccupata, ma sono cosi felice di sentirmelo dire e di sapere che siamo sulla stessa onda. Lo amo.

Chiudo gli occhi e sento le onde che arrivano; nel loro picco mi svegliano e poi se ne vanno. Riesco a stare distesa e apro gli occhi per sapere quanto tempo sta passando tra una e l’altra. Passa il tempo, forse le ore, e il corpo vuole cambiare posizione. Devo alzare il bacino per gestire meglio ogni ondata, mi metto a quattro zampe e inizio istintivamente a vocalizzare una A. La bocca è completamente aperta nel suono. Sento che il dolore è cambiato, ora viene da dentro e passa alla schiena. Mi sto aprendo.

Rassicuro Malcom e gli chiedo di chiamare l’ostetrica per aggiornarla, anche se decidiamo assieme che non è ancora il momento che venga da noi. Non sento il bisogno di alcuna presenza, solo io, la creatura dentro di me e le nostre onde, che ad ogni colpo ci avvicinano sempre di più.
Malcom controlla, riposa, gestisce il razionale. So che c’è, che è dentro il viaggio e contemporaneamente ne resta per un pezzo fuori. Io ci sono dentro con tutta me stessa e anche di più. Tutto ciò che posso fare è non opporre resistenza, fare spazio al suo passaggio, aprirmi. La voce mi aiuta; la posizione mi permette di appoggiarmi con la testa ai cuscini quando posso riposare. Richiamo con la mente tutte le donne che già hanno messo al mondo delle vite, so che sono tutte lì con me e chiedo a loro di starmi accanto.

Mi sento in un tunnel, ci vado sempre più dentro, sempre più a fondo, mi faccio canale, sono connessa con mio figlio in questo momento. Le onde si fanno più impetuose; il mare è in tempesta.

Chiedo a Malcom di chiamare l’ostetrica per venire da noi. Sono aperta.
Quando arriva mi visita per la prima e unica volta. Sono dilatata di 8 centimetri.

Il vortice mi risucchia; il dolore mi serve a stare nel presente. Mio figlio vi sta passando attraverso. Non mi oppongo. La voce esce e mi aiuta a esserci. Il tempo è completamente assente; la vista sparita. Non vedo nessuno, non voglio muovermi, sono ancora a quattro zampe, bevo solo un po’ d’acqua con la cannuccia, per non dover spostare le mani, sono nel mio viaggio.
Ad un certo punto qualcosa mi scuote e mi risveglia con forza, come un lampo. La voce cambia. Chiamo l’ostetrica, ho quasi paura. La sensazione è che la mia creatura stia spingendo con tutta la sua forza sul mio perineo: mi sembra di rompermi ma un brevissimo istante di lucidità mi ricorda che non succederà.
Arriva una forza che non è mia, che non ho mai conosciuto e mi pervade. Da dentro il mio corpo spinge senza che io la comandi, spinge come un vulcano in eruzione. È il fuoco del parto. Che potenza!
Il respiro si fa più breve. Il mio bimbo sta scendendo. Urlo. È l’apertura totale. Il fuoco brucia ma il panno caldo dell’ostetrica lo placa e le sue parole dolci e rassicuranti sono un’àncora di salvezza, mi riportano a sentire il corpo e ciò che mi sta chiedendo. Ascolto e assecondo.
Malcom mi stringe la mano e dice qualche parola, che sul momento sento ma non colgo: “Brava, sei bravissima! Sta andando benissimo“.
La testa scende e io so che tra poco ci vedremo. Incontrerò il mio bimbo, lo vedrò, lo annuserò, lo potrò stringere tra le braccia.

Vanja e la mamma

L’ostetrica mi dice di accompagnare la prossima spinta con forza e delicatezza allo stesso tempo. È l’ultima spinta.
Lo sento uscire tutto in una volta. Scivola fuori dentro il suo sacco intatto.
Ce l’ho fatta, ce l’abbiamo fatta.
Sento la sua voce, delicata, dolce; non piange, non urla, saluta soltanto. Io e Malcom ridiamo e piangiamo allo stesso tempo: è indescrivibile. Mi sento una leonessa, potente, forte, ho dato alla luce il mio bambino. Mi giro per vederlo. L’ostetrica me lo passa e subito lo appoggio sul mio ventre. Scopriamo che è un maschio.
Benvenuto, amore mio“. Mi sembra che tutto sia perfetto.
Noi due, noi tre, la nostra stanza, il nostro amore. Magico. Sacro. Potente.

Resterai con la tua placenta attaccata ancora delle ore, sopra di me, tra i nostri corpi. Energia pura. I tuoi occhi non vedono nulla ma vedono l’essenza del tutto. Sono gli occhi di chi viene dall’altro mondo e ancora c’è molto vicino. Gli occhi di chi è amore puro.
È il 22 agosto, è mattino, sono le otto e mezza e il sole d’estate brilla già forte.
È un nuovo inizio per noi.
Benvenuto piccolo Vanja.

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Una risposta a “La nascita di Vanja

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