Alfonsina Storni Martignoni, scrittrice e poetessa argentina

a cura di Silvia B.

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Paulina Martignoni, originaria di Lugano, di “famiglia borghese e di raffinata educazione, era maestra, dipingeva, aveva studiato musica e canto; scriveva in francese e in italiano articoli di cronaca sociale per riviste e giornali locali” (1).
Ventenne si sposò con Alfonso Storni. Il 29 maggio del 1892, a Sala Capriasca (Ticino) diede alla luce Alfonsina e, dopo che la bambina ebbe compiuto quattro anni, dovette emigrare in Argentina con la famiglia.
Alfonsina cominciò a lavorare molto presto e a dodici anni scrisse la sua prima poesia.
Nel 1908, per un breve periodo, fu scritturata nella compagnia teatrale diretta da Manuel Cordero ed ebbe la possibilità di uscire dall’ambiente familiare e di viaggiare per il paese.
A diciannove anni rimase incinta e si trasferì a Buenos Aires, dove nacque il figlio Alejandro. Non si sposò e mai rivelò il nome del padre biologico del bambino. Dalle biografie sappiamo che Alfonsina ebbe una relazione amorosa con un uomo molto colto, sposato, con ventiquattro anni più di lei, e che “si preoccupò di crescere il figlio nella stima del padre e gli dette modo di conoscerlo e frequentarlo” (2).
Nel 1919, insieme ad un gruppo di donne, formò l’associazione Pro Derecho de la Mujer, con l’intento di reclamare concreti cambiamenti come l’approvazione di disegni di legge, ad esempio, contro lo sfruttamento delle donne operaie. Alfonsina, però, “non partecipava a manifestazioni politiche sotto bandiera e fu sempre restia a lasciarsi racchiudere nella definizione di femminista; temeva l’influsso restrittivo delle ideologie e preferiva tenere distinta la questione cruciale della libertà di pensiero come diritto fondamentale per la crescita dell’essere umano” (3).
Lavorò come insegnante e poi come direttrice del collegio Marcos Paz. Successivamente fu nominata professoressa di Arte Scenica del Teatro Infantil Labardèn.
In quegli anni conobbe lo scrittore Horacio Quiroga, con il quale coltivò un’intensa relazione, e la poetessa Gabriela Mistral, che nel 1945 ottenne il primo premio Nobel latinoamericano.
La sua produzione letteraria fu molto varia e vasta: pubblicò diversi libri di poesie e racconti, scrisse aforismi, opere teatrali, resoconti di viaggi, reportage, testi sperimentali e collaborò con alcune importanti riviste e con il quotidiano La Nación.
All’età di 43 anni, dopo aver scoperto di essere affetta da un tumore al seno, ricorse ad un intervento chirurgico di mastectomia e, poco tempo dopo, apprese del suicidio dell’amico Horacio Quiroga, anch’egli colpito dal cancro.
Ben presto il male le si ripresentò più intenso e fu costretta a prendere continuamente dosi di morfina. La diagnosi medica decretava pochi mesi di vita.
Il 25 ottobre del 1938 Alfonsina, dopo aver inviato a La Nación la sua ultima poesia “Voy a dormir”, morì lasciandosi andare nel mare a Mar del Plata.

“Ciò che si riconosce e si legge nella poesia di Alfonsina è la volontà di contraddire i destini sociali, esercitata in decisioni fondamentali della sua propria vita: essere una donna libera che a diciotto anni inizia una relazione con un uomo sposato (…); decidere di avere un figlio senza padre, lavorare per mantenerlo in una grande città che non conosce, lottando per avvicinarsi a forme professionali del mestiere letterario; brandire questa serie di decisioni come un valore che la singolarizza ma che, al tempo stesso, può esemplarmente funzionare per altre donne; imporsi, con tutti questi obblighi morali e materiali, in uno spazio intellettuale dominato da uomini; farsi amica di costoro senza rinunciare alla propria indipendenza e alla libertà delle proprie scelte morali; scrivere una poesia chiaramente autobiografica e, di conseguenza, render pubbliche vicissitudini, gioie e sconfitte di relazioni considerate irregolari.” (4)

Di seguito pubblico due poesie di Alfonsina Storni tratte da Irremediablemente (1919).

MODERNA

Yo danzaré en alfombra de verdura,
ten pronto el vino en el cristal sonoro,
nos beberemos el licor de oro
celebrando la noche y su frescura.

Yo danzaré como la tierra pura,
como la tierra yo seré un tesoro,
y en darme pura no hallaré desdoro,
Que darse es una forma de la altura.

Yo danzaré para que todo olvides
y habré de darte la embriaguez que pides
hasta que Venus pase por los cielos.

Mas algo acaso te será escondido,
que pagana de un siglo empobrecido
no dejaré caer todos los velos

MODERNA

Io danzerò su arazzi di verzura,
prepara il vino nel vetro sonoro
e ci berremo quel liquido d’oro
alla notte brindando e alla frescura.

Io danzerò come la terra pura,
come la terra io sarò un tesoro,
e a darmi pura non avrò disdoro,
poiché darsi è una forma dell’Altezza.

Io danzerò per procurarti oblio
di tutto e darti l’ebbrezza che chiedi
finché Venere non traversi i cieli.

Però qualcosa ti sarà proibito,
ché pagana in un secolo esaurito
non lascerò cadere tutti i veli..

BIEN PUDIERA SER…

Pudiera ser que todo lo que en verso he sentido
no fuera más que aquello que nunca pudo ser,
no fuera más que algo vedado y reprimido
de familia en familia, de mujer en mujer.

Dicen que en los solares de mi gente, medido
estaba todo aquello que se debía hacer…
Dicen que silenciosas las mujeres han sido
de mi casa materna… Ah, bien pudiera ser…

A veces en mi madre apuntaron antojos
de liberarse, pero, se le subió a los ojos
una honda amargura, y en la sombra lloró.

Y todo esto mordiente, vencido, mutilado,
todo esto que se hallaba en su alma encerrado,
pienso que sin quererlo lo he libertado yo.

POTREBBE ESSERE SENZ’ALTRO…

Può essere che tutto quel che ho scritto in versi
non sia altro che ciò che non fu mai,
non sia altro che il proibito e il represso
di famiglia in famiglia, da donna a donna.

Si dice che per quelli della mia stirpe
era già stabilito tutto il da farsi.
Si dice che le donne in casa di mia madre
sono state in silenzio. Ah, questo può ben darsi.

Certe volte a mia madre venivan fantasie
di libertà, ma le inondava gli occhi
un’amarezza fonda, e piangeva nell’ombra.

E tutto ciò che vinto, rimorde mutilato,
Tutto ciò che aveva nell’anima rinchiuso,
penso che non volendo l’ho liberato io.

_________________________________________
NOTE
(1) Alfonsina Storni, Senza rimedio, Casa Editrice Le Lettere, Firenze 2010, Notizie sull’autrice, p. 194.
(2) Idem, p. 195.
(3) Idem, p. 197.
(4) Alfonsina Storni, Poemas de amor, Edizioni Casagrande, Bellinzona 2001, p. 34.

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La nascita di Vanja

di Chiara Zarcone

Vanja

È sera; siamo tutti in compagnia a casa; fuori finalmente un temporale estivo ha rinfrescato l’aria di questo torrido agosto e dalle finestre entra la brezza del mare che si intravede dalla terrazza tra i rami degli alberi.
Vado in bagno e vedo che c’è del muco striato di sangue nelle mutande, “Ho perso il tappo” penso, mi sento percorrere dall’emozione. “Il viaggio è sempre più vicino, si fa reale; il momento del parto sta arrivando“. Mi sento pienamente nel presente, consapevole che sta per iniziare qualcosa che ancora non conosco. Esco e lo comunico a Malcom e agli altri che sono in casa. Siamo tutti tranquilli. Telefono all’ostetrica per avvisarla e mi raccomanda di riposare e mangiare bene per raccogliere le forze: mi serviranno per affrontare il momento, quando sarà.

La notte passa e io scrivo sul mio diario ogni sensazione:

Stanotte il corpo ha dato i primi segnali che il viaggio sta per iniziare. Col primo quarto di luna l’utero si è mosso e le acque hanno cominciato a uscire dal mio corpo. Tu ti sei mosso, in cerca di una posizione, chissà…
Ho sentito i primi dolorini e mi sono lasciata abbracciare dalle lenzuola fresche, dalle braccia di tuo padre, dall’oscurità della notte.
Sento la notte come complice e alleata, in lei il corpo si lascia andare e si smuove, le sue tenebre ci avvolgono e danno il via a nuovi inizi, mentre col giorno tutto si ferma, rallenta, torna più razionale. L’ho sentito subito, appena ho visto le prime luci dell’alba, che con loro tutto si sarebbe placato. Non so quando potrebbe ripartire, stanotte o fra molte notti ancora? Mi sento che è vicino, che sei vicino e che a me non sta niente, è tutto nelle tue decisioni. Il mio corpo seguirà ciò che tu comanderai e si adatterà alle tue richieste. L’attesa si fa più vera e anche l’abbandono, l’accettazione. Ti aspetto.

Di giorno, solitaria, sto sulle mie, non ho voglia di parlare molto, esco a prender aria in giardino, guardo l’orto, ascolto in silenzio il mio corpo. Lo sento in movimento e il ventre lavora, mentre le ore passano tranquille. Le altre della casa, ricche del loro istinto di donne e madri, sanno che sta per arrivare il momento e iniziano a sistemare, pulire le ultime stanze, preparare il cibo.
Arriva la sera e mangiamo assieme in cucina. Tutti gli uomini sono fuori, tranne Malcom. C’è eccitazione. Qualche onda si fa sentire più forte e mi richiama alla terra. Mi fermo e respiro.
Andiamo a letto presto e Malcom mi rassicura con parole dolci: “Non ti devi preoccupare per il parto: è scritto nel tuo DNA come si fa, è come se tu ti preoccupassi di come crescono le unghie!
Lo so anch’io, non sono affatto preoccupata, ma sono cosi felice di sentirmelo dire e di sapere che siamo sulla stessa onda. Lo amo.

Chiudo gli occhi e sento le onde che arrivano; nel loro picco mi svegliano e poi se ne vanno. Riesco a stare distesa e apro gli occhi per sapere quanto tempo sta passando tra una e l’altra. Passa il tempo, forse le ore, e il corpo vuole cambiare posizione. Devo alzare il bacino per gestire meglio ogni ondata, mi metto a quattro zampe e inizio istintivamente a vocalizzare una A. La bocca è completamente aperta nel suono. Sento che il dolore è cambiato, ora viene da dentro e passa alla schiena. Mi sto aprendo.

Rassicuro Malcom e gli chiedo di chiamare l’ostetrica per aggiornarla, anche se decidiamo assieme che non è ancora il momento che venga da noi. Non sento il bisogno di alcuna presenza, solo io, la creatura dentro di me e le nostre onde, che ad ogni colpo ci avvicinano sempre di più.
Malcom controlla, riposa, gestisce il razionale. So che c’è, che è dentro il viaggio e contemporaneamente ne resta per un pezzo fuori. Io ci sono dentro con tutta me stessa e anche di più. Tutto ciò che posso fare è non opporre resistenza, fare spazio al suo passaggio, aprirmi. La voce mi aiuta; la posizione mi permette di appoggiarmi con la testa ai cuscini quando posso riposare. Richiamo con la mente tutte le donne che già hanno messo al mondo delle vite, so che sono tutte lì con me e chiedo a loro di starmi accanto.

Mi sento in un tunnel, ci vado sempre più dentro, sempre più a fondo, mi faccio canale, sono connessa con mio figlio in questo momento. Le onde si fanno più impetuose; il mare è in tempesta.

Chiedo a Malcom di chiamare l’ostetrica per venire da noi. Sono aperta.
Quando arriva mi visita per la prima e unica volta. Sono dilatata di 8 centimetri.

Il vortice mi risucchia; il dolore mi serve a stare nel presente. Mio figlio vi sta passando attraverso. Non mi oppongo. La voce esce e mi aiuta a esserci. Il tempo è completamente assente; la vista sparita. Non vedo nessuno, non voglio muovermi, sono ancora a quattro zampe, bevo solo un po’ d’acqua con la cannuccia, per non dover spostare le mani, sono nel mio viaggio.
Ad un certo punto qualcosa mi scuote e mi risveglia con forza, come un lampo. La voce cambia. Chiamo l’ostetrica, ho quasi paura. La sensazione è che la mia creatura stia spingendo con tutta la sua forza sul mio perineo: mi sembra di rompermi ma un brevissimo istante di lucidità mi ricorda che non succederà.
Arriva una forza che non è mia, che non ho mai conosciuto e mi pervade. Da dentro il mio corpo spinge senza che io la comandi, spinge come un vulcano in eruzione. È il fuoco del parto. Che potenza!
Il respiro si fa più breve. Il mio bimbo sta scendendo. Urlo. È l’apertura totale. Il fuoco brucia ma il panno caldo dell’ostetrica lo placa e le sue parole dolci e rassicuranti sono un’àncora di salvezza, mi riportano a sentire il corpo e ciò che mi sta chiedendo. Ascolto e assecondo.
Malcom mi stringe la mano e dice qualche parola, che sul momento sento ma non colgo: “Brava, sei bravissima! Sta andando benissimo“.
La testa scende e io so che tra poco ci vedremo. Incontrerò il mio bimbo, lo vedrò, lo annuserò, lo potrò stringere tra le braccia.

Vanja e la mamma

L’ostetrica mi dice di accompagnare la prossima spinta con forza e delicatezza allo stesso tempo. È l’ultima spinta.
Lo sento uscire tutto in una volta. Scivola fuori dentro il suo sacco intatto.
Ce l’ho fatta, ce l’abbiamo fatta.
Sento la sua voce, delicata, dolce; non piange, non urla, saluta soltanto. Io e Malcom ridiamo e piangiamo allo stesso tempo: è indescrivibile. Mi sento una leonessa, potente, forte, ho dato alla luce il mio bambino. Mi giro per vederlo. L’ostetrica me lo passa e subito lo appoggio sul mio ventre. Scopriamo che è un maschio.
Benvenuto, amore mio“. Mi sembra che tutto sia perfetto.
Noi due, noi tre, la nostra stanza, il nostro amore. Magico. Sacro. Potente.

Resterai con la tua placenta attaccata ancora delle ore, sopra di me, tra i nostri corpi. Energia pura. I tuoi occhi non vedono nulla ma vedono l’essenza del tutto. Sono gli occhi di chi viene dall’altro mondo e ancora c’è molto vicino. Gli occhi di chi è amore puro.
È il 22 agosto, è mattino, sono le otto e mezza e il sole d’estate brilla già forte.
È un nuovo inizio per noi.
Benvenuto piccolo Vanja.

Primo allattamento al seno

La pace nasce nell’utero

di Egidio de la icc

feto

Il titolo, frase tratta dal libro di Eva Reich, di primo acchito mi ha lasciato attonito. Mi sono chiesto: “Cosa c’entra la pace con la vita intrauterina?

Parlando con alcune mamme e sfogliando libri, ho trovato testimonianze sulla veridicità di tale affermazione.
I. M. è una ragazza con la passione per il calcio, gioco preferito fin da bambina e che ora pratica in una squadra femminile. Sua mamma afferma che quando l’aveva in grembo era solita guardare in tv le partite insieme al papà, appassionato di calcio. La stessa passione a tale sport è in tutti i fratelli che hanno vissuto la medesima esperienza. La sorella che era invece in grembo in un momento in cui il padre si trovava lontano da casa, quindi la mamma non seguiva le partite in tv, è indifferente al calcio.
V. M., trovandosi a un concerto con il figlio, si è sentita dire dal bambino: “Mamma, io questa musica l’ho già sentita!” La madre in seguito si è ricordata di aver assistito allo stesso spettacolo quando era in attesa della sua nascita.

Passando ai libri sfogliati, prendo in considerazione “La biologia delle credenze” di Bruce Lipton, in cui si legge: “Ciò che fa il padre influenza profondamente la madre, che a sua volta influenza il bambino che si sta sviluppando” (1).
E in un video aggiunge che “se il papà irrita o turba la mamma, ciò verrà trasmesso al bambino” (2).
In un altro video Bruce Lipton afferma: “Quello che prova la madre, prova anche il feto” (3) e a dimostrazione viene proiettata la scena della mamma e del papà che litigano contemporaneamente all’ecografia del feto. Mentre i due genitori urlano arrabbiati uno contro l’altro, si osserva il bambino in grembo sobbalzare per lo spavento. Lipton afferma quindi: “Gli ormoni dello stress passano dalla madre al feto
La pace del nascituro non è forse già compromessa?
Io mi permetto di aggiungere che il padre può produrre effetti direttamente sulla bambina/sul bambino in grembo.
Ne ho trovato conferma in un libro (4) in cui una bambina di 2 anni e sette mesi, parlando di sé, dice: “Di notte Sakura stava nella pancia di papà”. La mamma conferma: “Durante la gravidanza, mio marito parlava con lei più di quanto lo facessi io”.
Il feto non percepisce solo i suoni, ma anche i colori.
Sempre nello stesso libro un bambino di 2 anni e sette mesi dice:

Dalla pancia della mamma vedevo fuori. C’erano alberi, case, luci. Era come una tenda e io giocavo. Dentro c’erano anche i pesciolini e giocavo con loro. Da lì le nuvole erano arancioni come il tramonto. Anche le strade erano arancioni. Mamma e papà davano carezze e colpetti alla pancia della mamma. E parlavano.

Infatti la madre conferma:

Mi sono ricordata che, quando ero incinta, spesso la sera andavo a fare una passeggiata in un parco vicino al mare. Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di ricordare il sole che tramontando tingeva tutto di arancio. Era bellissimo

Verny scrive: “Sveglio o addormentato, il feto è continuamente sintonizzato con ogni gesto, pensiero ed emozione della madre” (5).
Willie Maurer ci riconduce al titolo con una testimonianza sorprendente (6):

Durante il mio processo personale di ricerca ho rivissuto un momento traumatico della vita intrauterina con il quale, di colpo, la mia voglia e gioia di vivere sono state spazzate via per restare offuscate fino ad età adulta. Ho rivissuto la scena del bombardamento della fabbrica presso Schaffhausen in cui lavorava mia madre, avvenuto soltanto tre settimane dopo il concepimento, proprio con tutte le sensazioni fisiche e i sentimenti di quella volta.

A questo punto capisco meglio il significato del titolo “La pace nasce nell’utero”.

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Note:
1) Bruce Lipton, “La biologia delle credenze”, Macro Edizioni, 2006, p. 203
2) Bruce Lipton, “La mente è più forte dei geni”, Madro Video Edizioni, 2007
3) Bruce Lipton, “Supera i tuoi geni”, Macro Video Edizioni
4) Akira Ikegawa, “Quando ero nella pancia della mamma”, Cairo Editore, 2006, pp. 9/11
5) Bruce Lipton, “La biologia delle credenze”, Macro Edizioni, 2006, p. 203
6) Willi Maurer, “La prima ferita”, Terra Nuova Edizioni, 2008, p. 31. L’esperienza è descritta in modo più dettagliato in “Il senso di appartenenza” di Willie Maurer, Terra Nuova Edizioni, 2009.

Educazione alla sessualità nei gesti del vivere

di Debora T. Stenta

Mother&Daughter

Non mi sono mai chiesta se o come dovessi spiegare a mia figlia, nata nel 2010, il modo in cui veniamo concepiti e nasciamo noi esseri umani. Lei ha vissuto dentro la mia pancia, vi è entrata attraverso un atto sessuale, vi è uscita attraverso un altro atto sessuale. Ha fatto l’esperienza del nascere, che altro deve conoscere per sapere “da dove vengono i bambini”?

Non ho mai fatto segreto davanti a lei della bellezza delle varie fasi e sfumature che la nostra vita sessuale attraversa. Il fatto che ancora oggi l’allatto mi sembra un ulteriore aiuto, per lei, nel comprendere i mille volti che possono assumere la sessualità e l’amore.

Io non ho avuto il percorso di mia figlia Ayla.
Come figlia di Paola, non ho avuto il dono dell’amore liquido del suo seno (se non per un doloroso, breve momento), né ho potuto beneficiare delle sue dolci cure durante e dopo la mia nascita. Appena uscita dalla sua vagina, non ho potuto guardarla negli occhi e sentir scattare quell’innamoramento irresistibile che avviene quando una madre tiene il suo cucciolo appena uscito da lei tra le braccia, nel misterioso, magico istante dell’imprinting. Il vissuto di mia madre Paola l’ha portata lontana interiormente ed esteriormente dal riconoscere in quelle esperienze una fonte di piacere e di vitalità.

Pertanto mi sono trovata, come molte donne dell’epoca contemporanea e del mondo occidentale, a ignorare fino ad un’età abbastanza adulta gli incantevoli segreti racchiusi nel nostro corpo di donne. L’ho ignorato fino al momento in cui qualcosa si è incrinato sulla superficie liscia e luccicante del mio guscio ed è iniziata un’inesorabile fuoriuscita di pezzi di me, attraverso i quali ho fatto la lieta e dolorosa conoscenza con quell’ombra che spesso se ne sta dentro di noi senza, apparentemente, dare segni di attività…

Da questo percorso è scaturita una sapienza preziosa e un campo nel quale ho imparato, o meglio, disimparato molto è stato quello relativo al sangue mestruale. Ho infatti scoperto che quello con il sangue mestruale può essere un rapporto pieno di godimento e di piacere, una relazione di crescita e di nutrimento, da celebrare e onorare, contrariamente a quello che succede per la maggior parte delle ragazze che ricevono il menarca.

Uno dei primi passi è stato quello di eliminare tutti i “metodi” di raccolta del sangue che implicassero il gesto di gettarlo via senza dargli valore. Così ho iniziato a utilizzare delle pezze di flanella che usavo quando Ayla era molto piccola: le ripiego semplicemente della misura giusta per stare bene nelle mutande e, quando sono da cambiare, le metto a bagno in un catino con l’acqua fredda.

I disegni, i colori, le forme che si creano nell’acqua con quella sostanza così bella sono opere d’arte. Li osservo e poi vi immergo le mie mani per prendere la pezza e lavarla. Poi spazzolo la stoffa con cura dentro al lavabo per smacchiarla meglio.
Ayla, se si accorge che lo sto facendo, desidera molto partecipare all’operazione. Viene vicina a me, sale sul scannetto da bagno per arrivare all’altezza giusta, e spazzola, strofina, stringe le pezze con dedizione.
L’accuratezza con cui lo fa e il suo desiderio di farlo mi parlano: lei avverte che quello, per me, è un momento rituale importante; un momento che io, come donna, ho scoperto tardi e che sto vivendo come liberazione delle tante paure, tristezze, rabbie di una vita, di tante vite, di ere storiche, di millenni; un momento di gioia per il regalo che abbiamo ricevuto noi donne con la fertilità e la possibilità di dare vita a nuovi esseri umani; un momento di presa di contatto profondo con l’interno del mio corpo, con i suoi umori, con le sue secrezioni, con la sua produttività, con le cose che sono reali, le cose che, in definitiva, contano veramente.

Che Ayla abbia spontaneamente e allegramente preso parte a questo rito è stata per me un’ulteriore prova che non ha bisogno di alcuna spiegazione per sapere da me qualcosa sulla sessualità; ogni spiegazione è già dentro di lei, e io posso offrirle una relazione autentica e onesta che include questi importanti momenti di celebrazione della vita e del divino che è in tutto.

Sradicamento

di Ibi

Muslim woman

Oggi viviamo in un mondo multietnico, con persone di diverse culture, religioni e di diversi stili di vita e ci si chiede se per i nativi originari del paese è facile aprirsi e accogliere lo straniero … E per lo straniero? È veramente facile per una persona immigrata entrare a contatto con la nuova società?
Non sempre è così automatico e immediato il passaggio da un paese ad un altro, da una civiltà ad un’altra e ancor di meno è facile per noi, i figli degli stranieri che siamo soggetti a scelte fatte dai nostri genitori, che veniamo strappati dal nostro territorio di origine e catapultati in una realtà che non conosciamo e a cui nessuno ci ha preparati.

Avevo sei anni quando sono venuta in Italia e come una spugna ho assorbito tutto quello che avevo attorno: la lingua, i modi di fare, i comportamenti e le idee “all’occidentale”. Ovviamente, in casa si parlava la lingua d’origine ma io l’arabo scritto non ho avuto la possibilità di impararlo.
Sono cresciuta in mezzo a bambini che mai mi hanno fatta sentire diversa e mi hanno sempre accolta in mezzo a loro ma ricordo ancora adesso la vergogna che provavo e il senso di inferiorità quando a prendermi davanti al cancello c’era mia mamma con il vestito tradizionale. Adesso provo senso di colpa, perché mi rendo conto che anche la mia cultura ha la sua ricchezza e i suoi pregi ma, all’epoca, il sentirmi diversa mi provocava angoscia e mi sentivo come un pesce fuori dall’acqua.

Nel crescere ho iniziato a guardare da un’altra prospettiva le due culture e ho cercato di integrarle, prendere ciò che di bello c’è in ognuna di esse. Per esempio, nella cultura e tradizione marocchina la donna non aveva molto potere; solo ultimamente sta prendendo ruolo nella società. Questo argomento mi è molto caro perché ritengo che non ci sia differenza, che tra uomo e donna ci siano eguali diritti e doveri dinanzi alla legge e so che molto lavoro c’è da fare affinché cambi quest’ideologia nelle persone che in quella cultura sono immerse. Fortunatamente ho avuto i genitori che ci hanno sempre trattati in modo omogeneo e ci hanno trasmesso l’idea che noi figli siamo accumunati da un rapporto di fratellanza, non certo di dominanza.

Molte volte mi sono interrogata su quale fosse la mia madrepatria.
È quella dove sono nata e dove ho mosso i primi passi o è quella dove ho affondato le mie radici, ho costruito i rapporti con molte persone e dove ho passato la maggior parte della mia vita? A qualcuno la risposta può sembrare immediata ma per me non lo è, perché scegliere significa rinnegare l’una o l’altra.
Un altro problema sorge quando nel compilare il curriculum devo scrivere qual è la madrelingua. So che, a rigor di logica, dovrei scrivere arabo, perché è questo che mia mamma parla e ed è la prima lingua che ho imparato, ma è anche vero che io non saprei costruire una frase complessa con la stessa naturalezza e fluidità con cui mi approccio all’italiano.

Il tema dello sradicamento, cioè essere tolti dal proprio paese d’origine e dover andare in un altro, con culture diverse, mi ha sempre affascinato e mi sono emozionata nel ritrovare questi argomenti nelle poesie di Giuseppe Ungaretti.
Qui di seguito propongo la lettura di “In memoria” per poi esporre un commento sul testo.

IN MEMORIA
Locvizza il 30 settembre 1916

Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria.
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse

Giuseppe Ungaretti

Questa poesia mette in risalto il come rinnegare la propria cultura non sia la soluzione migliore. Infatti, l’amico di Ungaretti, Moammed Sceab, ha amato la Francia, ha dimenticato il suo nome, cambiandolo in Marcel, ha rifiutato la sua tradizione, aveva “dimenticato” le sue radici e non sapeva esprimere il suo dolore. In seguito a una crisi di identità, è rimasto come sospeso tra le sue origini rinnegate e il nuovo orizzonte culturale non appieno interiorizzato.
Ungaretti stesso si sente sradicato perché è nato in Alessandria d’Egitto e poi è cresciuto in Francia e ha combattuto e vissuto in Italia. Il poeta, però, ha saputo esprimere il suo dolore grazie alla scrittura e alla poesia, che è stata l’ancora della salvezza.

Infine, vorrei sottolineare che io ringrazio molto i miei genitori per avermi portata in Italia, perché così ho avuto modo di imparare tante cose e incontrare persone meravigliose che altrimenti non avrei mai conosciuto.
Concludo affermando che io ho scelto come soluzione allo sradicamento e alla sofferenza del sentirsi “fuori luogo” l’integrazione tra le due culture e sono consapevole che questa è solo una delle molteplici alternative e credo che ognuno debba indagare dentro se stesso, la propria storia, per trovare le risposte.

Hammam

di Wahiba

Jean-Léon Gérôme, Moorish Bath (part.), 1870

Jean-Léon Gérôme, Moorish Bath (part.), 1870

Da noi in Marocco quasi tutte le città e villaggi hanno un hammam, se non di più, e mi ricordo, da quando ero bambina, che la nonna e la mamma ci portavano per fare un bagno rilassante e rigenerante. Ancora oggi quando scendo nel mio paese mi fa piacere andarci a godere dei benefici di questo bagno “turco”.
Di solito negli hammam dove vado ci sono stanze tenute a temperature diverse: una molto calda, una media e una fredda. Questa differenza di calore permette alle cellule del corpo di dilatarsi con il caldo e restringersi con il freddo e grazie a questa capacità si riesce ad espellere le scorie.
All’entrata del complesso termale c’è un banco dove siedono le donne che si occupano di accogliere le clienti e riscuotere il pagamento irrisorio (10 dirham, ossia circa 1 €). Accanto all’entrata c’è una saletta dove ci si spoglia e si lascia il borsone con i vestiti per il cambio. Ci si fornisce di secchi (alcuni portati da casa, se si teme che ce ne siano pochi a disposizione) e si entra nella sala con calore medio; si prepara il proprio angolo, tenendo una seggiolina o un tappetino per sedersi; si va a riempire i secchi con acqua calda e fredda e si delimita il proprio “territorio”, usandoli per tracciare il perimetro.
Dopodiché si prende zit el beldi (olio tradizionale) e ci si reca nella sala calda. Ci si siede e si spalma tutto questo olio sul corpo, in quanto aiuta ad ammorbidire la pelle e prepararla alla fase successiva. Ci si rilassa e ci si può anche sdraiare perchè anche il pavimento è caldo.
Chi non riesce a sopportare alte temperature dopo questa operazione ritorna al suo posto nella sala media.
C’è chi, invece, inizia subito la fase del “grattuggiamento”, che non so se è la traduzione giusta. Comunque, essa consiste nel prendere il kiss (una specie di guanto ruvido in superficie) con cui si friziona la pelle partendo dalle braccia, petto, pancia, poi scendendo sui fianchi, glutei, gambe e piedi. Con molta delicatezza si “grattuggia” anche la faccia e il collo. Per la schiena, di solito, si chiede alla vicina, all’accompagnatrice o all’addetta che, dietro pagamento, ti assicura la massima pulizia.
Ci si risciacqua e, chi vuole, ripete l’operazione ripartendo dalle braccia, anche due o tre volte, fino a quando le scorie non escono più. A questo punto si ritorna nella sala media e si procede al lavaggio dei capelli e alla doccia finale.
Ci sono persone che scelgono di risciacquarsi nella sala media e, chi preferisce, la sala fredda.
Finito il tutto si ritorna al punto di partenza, dove ci si era spogliati, ci si asciuga, ci si veste e si è pronti per uscire.
Come dice un vecchio detto arabo:

L’uscita dall’hammam non è mai come l’entrata